Parigi è sempre Parigi


Intanto buon 2008 a tutti: penso che qualche raffica di auguri sia particolarmente utile per contrastarne la natura bisestile. Personalmente lo abbordo con ancor maggiore diffidenza in quanto, stando all’oroscopo cinese, quello quasi passato avrebbe dovuto essere per la gente del mio segno un anno straordinario: era infatti non solo l’anno del maiale, ma del maiale d’oro. Se tanto mi dà tanto, e a meno di grossissime sorprese entro il 7 febbraio, dubito che riuscirei a sopravvivere a un anno non dico pessimo, ma anche solo discreto. Mi sa che verrà buono in ogni caso il famoso detto: “resistere, resistere, resistere”.
Ho sentito che in Italia c’è stato il solito manipolo di strassolati che per le feste si è fatto saltar via dei pezzi coi botti, o peggio ancora ne ha fatti saltar via ad altri. Qui invece per Capodanno gli strassolati si danno all’incendio di macchine altrui, in particolare a Strasburgo (una cinquantina) e nella zona di Parigi (”solo” 144, secondo le prime cifre del Ministero degli interni, ma la polizia parlava invece di più di 200). Il peggio è che quell’altrui  indica poi in genere i parenti vicini e lontani degli incendiari, che si danno così la famosa martellata sui cosi. Mah!
Uno che deve averci dato dentro in qualche modo la sera del veglione è l’ex primo ministro de Villepin: l’ho avvistato verso le quattro del pomeriggio del primo gennaio dalle parti di Saint Germain, col capello tutto stazzonato e l’aspetto di chi è scivolato cinque minuti prima direttamente dal letto in un paio di braghe per scendere a comprare i croissant.
Capodanno è comunque, assieme a ferragosto, un giorno ideale per il ciclista che può approfittare dell’assenza di quasi tutti gli altri umani occupati a smaltire postumi di spumanti cenoni e festone. In particolare erano quasi assenti quel giorno i più temibili velibisti (vedi post precedente), cioè gli apprendisti e gli spericolati.
Gli apprendisti sono quelli che non solo non sono abituati al traffico di Parigi, ma non sono proprio abituati alla bici e si reggono a malapena in equilibrio, con scarti, zig zag e fermate improvvise che mettono in pericolo di vita gli altri utenti delle piste ciclabili.
Altrettanto letali sono gli spericolati, che invece in bici sanno andare benissimo, ma sono abituati a usare il mezzo per puro divertimento. Così ostentano uno sprezzo totale per qualsiasi norma o limitazione e si lanciano in gare di velocità, sfrecciano attraverso la piazza della Bastiglia con tutti i semafori rossi, travolgono le vecchiette sui marciapiedi, tagliano la strada agli altri mezzi, prendono tutti i sensi vietati e contribuiscono non poco a far sì che poi i conducenti di autobus cerchino sistematicamente di spiaccicare sull’asfalto qualsiasi essere su due ruote che gli capiti a tiro.

Nei primi anni ‘80, quando ho cominciato a usare sistematicamente la bici come mezzo di trasporto, facevo parte qui a Parigi di uno sparuto manipolo di pionieri. Anche contando gli sportivi in tenuta regolamentare che andavano ad allenarsi nei parchi, si era così in pochi che si finiva coll’identificare praticamente tutti i confratelli ciclisti del proprio quartiere. Nel quindicesimo arrondissement, dove vivevo all’epoca, due erano particolarmente vividi: uno era un omino sempre sorridente che portava a spasso due cagnolini in una sorta di scatolotto di plastica trasparente posato sul portapacchi posteriore e aveva attaccato al manubrio un mangiadischi che diffondeva un’allegra musichetta; l’altra, tutta l’opposto, una donna di una certa età, sempre imbaccuccata ben al di là delle normali esigenze della temperatura esterna, che, più che a pedali, sembrava propellersi a gran scoppi di malumore esasperato contro tutto e tutti quelli che le passavano a tiro.
Nel corso degli anni i confratelli sono aumentati in modo drammatico, sotto la spinta, tra l’altro, di due massicci e prolungati scioperi dei trasporti pubblici - soprattutto quello epico del ‘95, praticamente un mese di blocco totale - nel corso dei quali i parigini erano stati spinti a far ricorso a tutti i possibili dispositivi su ruote e ci avevano poi preso gusto.
Altro incentivo sono state senz’altro le varie piste ciclabili create dall’amministrazione comunale di Delanoë, al punto che in un’inchiesta condotta nel 2005 sono state contate tra le 8 e le 20 dell’11 ottobre, ben 41 365 bici in circolazione in città (e non chiedetemi come han fatto, che non saprei proprio). Da allora si sa che sono aumentate ancora almeno del 20%.
Fino a quest’estate si trattava di bici di proprietà privata (a volte un po’ dubbia: a me in trent’anni ne hanno rubata una sola, ma conosco gente che se n’è viste sfilare anche 5 o 6) e di qualche mezzo a nolo, soprattutto nei fine settimana. Ma da luglio il comune ha appaltato a una società privata la gestione di un sistema di nolo generalizzato che si chiama Vélib. Figurati la novità, direte voi che avete il C’entro in bici. Ma il fatto è che l’operazione qui è alla misura della ville lumière e ha immesso nel traffico parigino 20 000 velocipedi d’un botto.
Dei risultati vi dirò nel prossimo post.

Un gran silenzio è calato la sera del 13 ottobre scorso verso le 10 e 3/4 su Parigi e i francesi quasi tutti, delusissimi dalla disfatta dei loro rugbymen di fronte all’Inghilterra. Un contrasto assoluto con la caciara del sabato precedente, quando due milioni di entusiasti si erano riversati in centro dopo la vittoria sulla Nuova Zelanda, costringendomi a rincasare lungo un percorso tortuoso di vie traverse se volevo aver salva la vita e la bici. La maggior parte della folla in giubilo non aveva del resto considerato nemmeno di striscio il rugby prima di questa coppa del mondo francese, così come era successo per il calcio nel ‘98. E l’analogia col ‘98 non è sfuggita al presidente Sarkozy, che ha sperato di cavalcare una vittoria del XV di Francia, come Chirac all’epoca, annunciando per altro la futura nomina dell’allenatore Laporte a sottosegretario alla Gioventù e allo Sport e sguinzagliando ministri e parlamentari fin negli spogliatoi e sui campi di gioco.  Per questa ragione Gérard, l’amico con cui ho seguito l’incontro di ieri sera traendone lumi su regole per me ancora abbastanza oscure, teneva risolutamente per gli inglesi, pur senza dipartirsi da un perfetto fair play. In questo comportamento si differenzia nettamente dal tifoso francese medio, generalmente affetto da forme gravi di sciovinismo, di cui i campioni assoluti sono i commentatori sportivi, specialmente televisivi, che più che giornalisti sembrano ultrà da curva sud.

Molto più corretti gli atleti: ne ricordo uno che uscendo dallo stadio in cui aveva appena vinto la medaglia di bronzo in una gara di corsa, al giornalista che affermava beceramente: “Una medaglia di bronzo che vale un oro!”, rispose secco: “No, vale esattamente il terzo posto che ho meritato e spero davvero di riuscire a far meglio in futuro”. Dispiace quindi comunque di vedere la loro delusione, particolarmente toccante nel quadro del rugby, quando dei tremendi marcantoni di due metri cubi e 140 chili di puro filetto tipo Sébastien Chabal, che tra i vari soprannomi ha “Attila” e “Anestesia”, si mettono a singhiozzare disperatamente tra le braccia dei compagni. Ma tant’è.