punto . . . e a capo - Sabato Sera(settimanale imolese)


Venerdì 11 gennaio, pala Ruggi. E’ la grande serata del segretario nazionale del PD Valter Veltroni. Duemila imolesi attendono il suo intervento. Qualche applauso contenuto e di rito sulle presentazioni e poi prende la parola il Sindaco Massimo Marchignoli che, dopo aver salutato tutti, ribadisce brevemente con coraggio e con forza le ragioni della disponibilità imolese data al Presidente della Regione Emilia-Romagna all’accoglimento di 3.000 tonnellate di rifiuti campani. E il Sindaco non riesce nemmeno a terminare il ragionamento, perché immediato scatta, prima timidamente ma poi fragoroso e liberatorio un lungo applauso, forse il più lungo dell’intera serata. Marchignoli e gli altri sul palco si guardano come stupiti e intanto i duemila del pala Ruggi battono le mani, si guardano anch’essi, come a farsi reciprocamente coraggio e inorgogliti di quel semplice gesto spontaneo e non previsto. E allora perché quell’applauso, che significato ha, in un’Italia tormentata e avvilita dall’emergenza rifiuti in Campania? Un applauso poi proseguito nel Consiglio Comunale convocato il lunedì successivo e in nessun modo diminuito dal gesto di un deficiente armato di una bomboletta spray azzurra.

Cerchiamo allora di capire e di fare poche ma precise sottolineature.

La prima. Non facciamoci prendere dalla facile e collosa retorica, ma quello che entrerà nell’archivio delle cronache cittadine come “l’applauso del pattume” è qualcosa che ci parla di una città e di una comunità locale che si sentono tali proprio perché appartenenti ad una più ampia comunità nazionale, quando non europea. E’ un applauso che viene da lontano. Forse un po’ “inacquarito” dal tempo che passa, dai valori di sempre il cui inveramento è oggi però sempre più difficile e che a volte si ha il timore persino di nominare, dagli egoismi che spesso prevalgono nella società odierna. Ma è un applauso che arriva dritto dritto dall’Imola dei Tabanelli, dei Dal Monte Casoni e dei Marabini. E’ un applauso che non cancella certo i problemi, le storture, i disagi. E tuttavia ci fa guardare al domani con la fiducia di chi sa di vivere e lavorare tra persone che a termini come libertà individuale ed interesse generale sanno dare ancora un significato preciso e che, soprattutto, sanno agire di conseguenza. Infine, è un applauso pesante, che sta sulle spalle di tutti, ma in particolar modo di chi ha responsabilità pubbliche ad ogni livello, nella politica come nelle istituzioni, nell’economia come nella cultura, che hanno il dovere di esserne consapevoli e conseguenti.

La seconda. La rabbia. Quella rabbia che oramai in Italia esplode individuale e collettiva sui temi più disparati. Dal calcio ai rifiuti, dalle licenze dei taxisti ai problemi dei “padroncini”, dal dagli ai poliziotti al dagli agli stranieri, dal dagli ai genitori al dagli ai figli. E’ una rabbia sociale ed individuale che deve riguardare tutti. Che è pronta a deflagrare in ogni momento e che ha ragioni numerose e diverse. E’ un sentimento verso il quale paiamo spesso tutti analfabeti. Non lo sappiamo gestire, non ne riconosciamo i segni premonitori e a volte, come assuefatti, non sappiamo nemmeno riconoscere come gravi le conseguenze della sua esplosione. Insomma, arriverà il momento in cui ci si dovrà seriamente interrogare sulle cause profonde che armano certe proteste, certe guerriglie cittadine, le mani  che stringono pietre, bombolette a spray o qualcosa di ben peggiore. E’ una domanda che richiede la risposta di tutti, ma personalmente individuo tre soggetti principali che avrebbero il dovere di farvi fronte: la scuola, il mondo dell’informazione, le istituzioni.

La terza. Cinque anni. Tanto è durato l’ultimo governo di centrodestra e non voglio qui certo affibiargli le colpe del mondo e nemmeno immalinconirvi in una polemica a posteriori. Penso tuttavia che due siano le sue responsabilità peggiori e durature: l’”incanaglimento” della società italiana e il trionfo di quell’egoismo sociale, corporativo ed individuale, di cui oggi possiamo drammaticamente vedere gli effetti.  In fondo anche di questo ci parlano certe vicende accadute in conseguenza dell’emergenza rifiuti in Campania. E di questo ci parlano le cronache politiche ed economiche, i comportamenti quotidiani di molti di noi. Sorvolando sui palinsesti di tutte le televisioni pubbliche e private che vivono di programmi in cui il protagonista è lo sfogo individuale o di gruppo. E ho come l’impressione che la guarigione sarà lenta. Certo, a patto che qualche antibiotico lo si cominci a prendere da subito. E non facendo conto dell’aiuto di chi, come il centrodestra imolese, sull’esasperazione di quegli egoismi cerca di campare.

Buona settimana.

Questa settimana due cose.

La prima. E’ sempre più necessario che chi ricopre cariche istituzionali e pubbliche sappia esercitarle con responsabilità, dando risposte concrete e percorribili ai bisogni. Questo aldilà del credo politico di ciascuno. E ottime notizie ci giungono dal Veneto, dove il Sindaco leghista di Cittadella, seguito da quello di Verona, ha emesso un’ordinanza  che impone il salario minimo, l’assistenza sanitaria ed il possedere un’abitazione decente per qualsiasi straniero intenda risiedere nella sua cittadina. Il 25 novembre scorso c’è poi stata una manifestazione di circa 40 Sindaci di centrodestra a sostegno dell’iniziativa. Tutti in fila, con tanto di fascia tricolore listata a lutto, bandiere dei partiti e via alle generose proposte dense di serietà e progettualità. Amato “ebete”, Ferrero “rincoglionito”, passando per uno “Stato che non ha le palle” mentre “Cittadella ha mostrato di avercelo duro” e terminando con un denso programma di governo territoriale con il segno dell’ombrello dell’ex ministro Calderoli ed il sempre elegante europarlamentare Borghezio che saluta tutti con un “a Roma sono tutti delle facce di merda”, dimenticando forse che almeno alcune decine di deputati e senatori appartengono al suo stesso partito. E terminata la passeggiata tutti in osteria a bere un’ombretta e a parlare di riforme costituzionali immagino e poi a casa, in quel Veneto in cui decine di migliaia di stranieri lavorano e vivono regolarmente, in quel Veneto dove molte migliaia di extracomunitari sono divenuti imprenditori, in quel Veneto che anche grazie a tutto ciò cresce in questi ultimi due anni a ritmi vertiginosi e l’Unicredit si appresta ad aprire una filiale a Verona dedicata ai soli extracomunitari. Ma chi se ne frega, direbbe forse Borghezio, qui l’importante è fomentare la paura e quindi l’odio istintivo per tutto ciò che è altro da sé, in particolare verso tutti coloro che non sono italiani. Fregandosene di rispondere concretamente con  azioni percorribili al bisogno di maggior sicurezza personale, sociale ed economica che oramai è sentimento diffuso tra la gente. Cittadini che non vanno presi in giro con slogan demagogici e propaganda becera. Perché il problema esiste ed ai problemi, in particolare a questo della convivenza tra persone di cultura e provenienza diversa, bisogna rispondere per davvero perché ne va della nostra tenuta sociale e vorrei dire civile. E allora, per esempio, cominciamo col dire che in Italia è ancora in vigore una legge, la Bossi-Fini, che alimenta la clandestinità (cinque-seicento mila in più negli ultimi cinque anni). Ma questa è propaganda, mi si potrebbe obiettare. Purtroppo no, è un dato di fatto. Come avviene infatti, e concludo, l’entrata di un extracomunitario in Italia oggi? Si entra da clandestini, perché l’entrata regolare è permessa solo a chi ha già un contratto di lavoro in mano, si trova un lavoro in nero in una famiglia o in una impresa e poi, se fortunatamente si è trovato l’accordo con il datore di lavoro, si torna indietro illegalmente, si aspetta il successivo decreto flussi e quindi si torna di nuovo nel Belpaese con il contratto in mano pronti per la regolarizzazione. Il tutto con una miriade di tangenti da pagare al racket dell’immigrazione. Così funziona nella vita reale e tutte le famiglie che hanno bisogno di badanti lo sanno benissimo. E allora, un suggerimento, ci si metta tutti sdraiti, almeno qualche minuto al giorno, per far affluire un po’ di sangue alla testa e far riposare le parti basse. Qualche muscolo sarebbe forse meno indurito, ma la comprensione dei problemi e la loro soluzione sarebbe probabilmente più a portata di mano.

La seconda. Ho sempre guardato a Forza Italia e alla Casa delle Libertà con quel rispetto e attenzione che si deve a formazioni politiche votate da milioni di cittadini. Altri mi pare lo abbiano fatto meno. E’ nato infatti il Grande Partito del Popolo Italiano. Anzi, no: è nato il Partito del Popolo Italiano delle Libertà. Scusate, ma non va bene nemmeno questo. Sono nati, anche ad Imola, i Gruppi di Forza Italia – Verso un Nuovo Partito dei Moderati e dei Liberali. Questo fino a quando via fax o annuncio dal cofano di un’auto l’On. Silvio Berlusconi o i suoi più fedeli vassalli non avranno ancora una volta cambiato idea. Insomma, il format televisivo della soap opera La Casa delle Libertà diminuiva gli ascolti ed il padrone, attento agli umori del pubblico, ha sentenziato: è un ectoplasma, va sostituito. Peccato che ci sia ancora un po’ di confusione sul titolo da dare alla soap, ci si sia dimenticati di avvertire gli agenti del marketing territoriale e gli ascoltatori, di inserire il nuovo programma nei palinsesti dei canali amici e che, soprattutto, tre su quattro degli attori protagonisti abbiano stracciato il contratto. Ma, si sa, l’audience è ballerina.

Buona settimana.

L’immediatezza e la correttezza con cui il Sindaco e la polizia locale si sono mossi a seguito dell’impennata di furti avvenuti ad Imola in queste ultimissime settimane credo abbiano evitato che anche nella nostra città si allargasse quel senso di insicurezza e paura che, pure in parte ha naturalmente attecchito, ma che in altri territori del belpaese, sia per i crimini efferati avvenuti, sia per le sacche di degrado sociale ed urbano là presenti, è divenuto reale e quotidiano sentire dei cittadini e vera emergenza sociale. Certo ora, dopo gli incontri avvenuti e quelli annunciati con Questore e Prefetto, bisognerà non far passare nemmeno un minuto per far calare nel concreto le diverse idee già scaturite e quelle che verranno per agire in sostanza io penso su quattro fronti: prevenzione, rafforzamento in termini di risorse umane e tecnologiche delle forze di polizia locali e della loro collaborazione, messa in sicurezza tecnologica di alcuni luoghi ed esercizi pubblici ed infine, a mio avviso il più importante anche se spesso scompare dalle priorità, cattura e carcerazione dei colpevoli.

Certo, queste sono le risposte immediate e doverose da dare alla città ed in particolare a chi si è visto colpire nel proprio patrimonio, nella propria libertà personale, nel proprio modo di vivere. E poi c’e invece quell’azione permanente di cura della città e della comunità locale, di aumento delle qualità di vita ed urbana che Imola ha sempre perseguito e che ora richiedono nuove attenzioni e sensibilità in presenza di nuovi bisogni ed anche di nuove emergenze. Senza strumentalizzazioni, senza gridare al lupo nella speranza che qualcuno potrebbe coltivare che poi arrivi davvero. Perché, pemettetemelo, come non accorgersi della stridente contraddizione tra chi nei giorni scorsi sottolineava il degrado della nostra città ed il fatto che contemporaneamente i palazzi, le vie, le piazze ed i ristoranti imolesi fossero attraversati da una miriade di cittadini divertiti ed interessati al Baccanale? Ecco, io credo che il primo patto da riaffermare, insieme alle misure di ordine pubblico da prendere nell’immediato, sia proprio quello tra noi cittadini e tra le istituzioni locali e la città. Quel patto che ci ha portato fin qui, quel patto che ha fatto di noi tutti una comunità locale coesa (il nostro reale valore aggiunto) e che ha sempre messo al centro la qualità e la libertà della vita dei singoli e collettiva.

Perché con, a seconda dei gusti, il “dagli al poliziotto” o il “dagli allo straniero”, il “dagli ai Sindaci” o il “dagli ai politici fannulloni” non si va da nessuna parte. Occorre, credo, un lavoro paziente, quotidiano e concreto sia sul versante dell’ordine pubblico, sia soprattutto su quella che potremmo definire la nostra coscienza civile e civica nazionale. Quella coscienza che pare via via essersi come «addormentata», quando non «impazzita». La guerriglia di due domeniche fa o la studentessa morente ripresa con i telefonini dai compagni di classe ne sono “solamente” la tragica evidenza. C’è una responsabilità individuale che molti non intendono più assumersi. C’è certamente un generale impoverimento del linguaggio, un imbarbarimento progressivo del confronto e dei rapporti, dal mondo della politica e dell’informazione alla tavolata tra amici e alla famiglia. C’è la ricerca continua, in ogni campo, di scorciatoie per “arrivare”. Ci sono anche nuove sacche di degrado, povertà e criminalità portate dall’immigrazione di stranieri. C’è un generale aumento delle nostre paure e del sospetto per tutto ciò che è altro da noi o fuori dal “gruppo” a cui apparteniamo.

Tony Blair diceva che «se non siamo in grado di imparare e di insegnare il valore di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato siamo destinati a essere sommersi dal caos morale». Possiamo partire da qui.

Cominciando con il dire che il non rispetto delle leggi e delle regole non potrà mai in nessun caso essere tollerato, perché erette a difesa della libertà e dell’integrità personale dei singoli. E indicando i valori e principi in cui crediamo, la nostra cultura. Perché la libertà individuale e collettiva, la umana aspirazione al benessere ed alla propria autodeterminazione, la ricerca di eguali opportunità per tutti, il riconoscimento dei meriti e dei talenti, il rispetto degli altri, la capacità di vivere in comunità plurali non sono materie da barattare in un qualsivoglia mercato, ma tratti del nostro essere comunità nazionale. Almeno spero. Buona settimana.